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Ti cercavo
nel punto esatto
in cui due rette parallele
decidono di mentire a Euclide.
Avevi il passo obliquo
d’una cometa fuori asse,
la voce curva
come una funzione seno
che sale e precipita
senza mai chiedere perdono.
Io, invece, ero fermo
nel teorema incompleto
delle mani vuote.
Tra noi
la distanza aveva formula semplice:
d = radice[(x2- x1)² + (y2 - y1)²]
ma il risultato
cambiava ogni notte.
Ti muovevi leggera
come particella quantistica,
presente e assente insieme,
impossibile da fissare
senza distruggere il mistero.
E io cadevo
con accelerazione costante
dentro il tuo campo gravitazionale:
F = Gfrac{m_1 m_2}{r^2}
inermi pianeti
inermi nervi
inermi santi.
La stanza si piegava
come spazio-tempo ferito,
gli specchi deformavano i volti
in ellissi stanche,
e persino la luce
sembrava rallentare
vicino alle tue ciglia.
Una notte
provai a risolverti
come un sistema impossibile:
begin{cases}x+y=inftyx-y=0end{cases}
ma l’incognita eri tu,
sempre tu,
variabile senza dominio.
Allora compresi:
l’amore non è algebra.
Non obbedisce agli assi cartesiani,
non conosce simmetrie perfette,
non conserva energia.
Esplode.
Come una stella
che dimentica la propria massa
e si fa silenzio,
polvere,
radiazione.
E noi restiamo qui,
piccoli numeri irrazionali,
a dividerci il cuore
per zero.